Paola: Tu devi applaudire quando loro applaudono.
Il Fra: Ma se applaudono sempre!
Paola: E tu applaudi sempre!
Sugli spalti del palasport di Harrow cerchiamo di capire che cosa sta succendendo sul campo di cricket dove Matilde gioca il suo primo torneo.
Non capiamo niente. E io non voglio fare la figura di quello che non capisce niente, perché i figli hanno poco rispetto dei genitori, quando fanno i tonti.
Vorrei essere come Jacopo, che ovviamente si fa gli affari suoi guardando da dietro un vetro i giocatori di ping pong. I giocatori della domenica insomma, come gli spettatori.
La storia inizia il mercoledì precedente, quando Matilde ha un allenamento speciale fino alle sei di sera, a Forest Hill e la vado a prendere.
All'ingresso dietro un vetro che dá sul campo di allenamento vedo Matilde che gioca: la piú piccola del gruppo per etá e per statura.
A un certo punto finisce il turno di battuta e si viene a sedere, sulla panchina proprio sotto il vetro, ma lei non si accorge di me.
Cosi, non visto, ho il privilegio di osservarla: i capelli raccolti, il collo lungo, le gambe accavallate mentre parla con una ragazza compagna di squadra.
Un momento sospeso: quando lo sguardo non influenza, ricambiato, il comportamento della persona guardata.
Rivedo, come fosse un nostro segreto o una mia allucinazione, in quel profilo il profilo di mia madre, e prego Matilde di non voltarsi.
Se lo facesse potrebbe chiedermi: Che ci fai lí? ma sei diventato papá? come sei cambiato, sei pure calvo...
Per fortuna non si volta, riprende a giocare, in battuta. Intanto gli allenatori prendono appunti: bisogna scegliere chi va a rappresentare il Lewisham ad Harrow contro il Westminster e il Greenwich.
E Matilde si ritrova con una maglietta e un giaccone fuori misura e un torneo da giocare.
Rintontito ancora dal vetro, riprendo le fattezze di padre e mi accorgo che: a) non mi piacciono i palasport b) domenica non é sempre domenica c) tua figlia gioca a cricket non tanto per dire, ma seriamente.
Cosi eccoci ad Harrow, periferia nord ovest di Londra, dopo un'ora e mezza e ventotto fermate di metropolitana, in compagnia di Leigh, l'allenatore (pronuncia Lí, allenatore ululí e palasport ululá).
Io con il cappello nero, Paola con il cappello viola e Leigh (pronuncia Lí) con la tuta -mai visto senza tuta- che cammina come se da un momento all'altro stesse per lanciare una palla, di cricket ovviamente.
Quasi otto ore di torneo: i libri, il portatile, i caffé nel bar al neon, le sigarette e appunto gli applausi coordinati e continuativi.
Dico a Paola che cricket sembra la versione britannica di quattro cantoni in Italia... esistevano i tornei o si giocava solo a scuola durante l'intervallo? negli anni settanta, quando la tuta era un indumento
blu con le strisce bianche ai lati che pungevano la pelle.
A un certo punto, come Paola prima di me, esco a fare un giro per Harrow, sotto la pioggia, lungo la solita fila di case con i bowindo addossatti alla strade, le tende sporchicce e oggetti insulsi appoggiati ai davanzali.
Arrivo fino a un supermercato locale, mi compro del prosciutto crudo e mi faccio un panino, generi di conforto italici, come
tuttoilcalciominutoperminuto alla radio. Ma che diavolo ci faccio qui?
Perdiamo (indicativo prima persona plurale) la finale contro quelle stronzette del Greenwich e il loro allenatore che ha la faccia da nasty Tory.
Matilde é arrabbaita e delusa, dice che hanno perso per un punto (non era subito chiaro chi avesse vinto, almeno dagli spalti) e che l 'arbitro non ha capito questo... eccetera. Cerchiamo di consolarla come possiamo, come fanno gli inglesi; ventotto fermate di metropolitana non aiutano.
Poi a casa tutto passa. La campionessa va a dormire, suo fratello pure, Paola va fuori a fumarsi l'ennesima sigaretta e il pirla guarda la tivvù: sta per iniziare novantesimo minuto.
Il fra