Il cimitero di
Nunhead, dopo quello di
Highgate, è il più vecchio di
Londra: una collina di bosco a duecento piedi (60 metri) sul livello del mare e a dieci minuti a piedi (non so i metri) da casa.
Eh sì ce ne siamo accorti da poco: visitandolo per la prima volta, abbiamo trovato alcuni amici che quotidianamente portano a passeggio il cane e soprattutto scoperto un posto davvero suggestivo.
Sui pilastri all'ingresso sono scolpite delle torce al contrario, simbolo , al pari delle colonne spezzate, dei fiori tagliati e delle figure piangenti, della vita che si spegne e finisce.
Al centro del parco sorge una cappella anglicana, che pare ben più vecchia del suo anno di costruzione (1843), devastata da un incendio e da varie ruberie negli anni settanta, diventata oggi una sorta di quinta teatrale a cielo aperto.
Le tombe vittoriane, non solo degli anglicani ma dei Dissenter (atei o appartenenti ad altro credo), sono decorate con motivi classici dell'arte funeraria greco romana, in aperto e voluto contrasto con la simbologia di santi e croci, che qui sapeva troppo di Papismo.
Salendo lungo la West Hill, si arriva a una panchina, da dove si vede da un lato i Downs, dall'altro la cupola di St. Paul... che per un attimo ho creduto fosse il Cupolone (un'altra delle mie quotidiane traveggole mentali).
Il cimitero ha avuto una storia travagliata e comune agli altri: lo splendore durato fino alla prima guerra mondiale; la dispendiosa moda delle tombe; infine i costi di manutenzione troppo, fino a quando alla fine degli anni sessanta Nunhead ha chiuso i battenti.
Da allora la natura ha fatto il resto: sentieri, colonne d'edera, erbari intricati, balze nel terreno e un microcosmo di insetti e uccelli, in tre parole, a wood with graves in it.
Sabato si teneva l'annuale
Open Day organizzato dai
Friends of Nunhead Cemetery, una trentina di banchetti (le organizzazione locali, antiquariato, orticoltura, libri usati a offerta libera), le attività per i bambini (la caccia agli insetti con un entomologo che identificava le specie trovate), le visite guidate alla cripta e al cimitero, il coro che cantava nella chiesa, una caffetteria con tavoli improvvisati, insomma un sacco di gente di tutte le età, una giornata nuvolosa e una bella atmosfera
british.
I cimiteri qui sono luoghi di passeggio e di fiere locali e talvolta, come nel caso del Bromptom Cemetery, anche di cinema all'aperto.
La differenza con le abitudini mediterranee è profonda; per noi italiani è un luogo sacro e non violabile dalle cose della vita che stanno appunto fuori, figuriamoci lo svago o il divertimento.
Anche quando il cimitero è storico e monumentale, si deve il rispetto del silenzio e della preghiera, l'abito elegante del dolore, nessun cane al guinzaglio, nessun bambino che strilla (i quali ovviamente strillano e vengono immediatamente puniti).
Come se la perdita si ripetesse ad ogni visita, come se quello fosse proprio il luogo dei defunti, "il luogo defunto" si potrebbe dire: una specie cioè di non luogo, il non luogo dove rivivono i morti, richiamati dal nostro ricordo.
A
Londra i cimiteri (soprattutto i
Magnifici Sette) sono parchi, dove la natura ha preso il sopravvento sulle tombe e creato un nuovo scenario di verde e di pietra.
Poi non ci son fotografie sulle lapidi, cosa ovvia per le tombe più vecchie (1840); i morti qui non guardano nessuno, non sono volti incorniciati in tondi dorati, facce a tre quarti o di fonte, nei pallidi colori a pastello del foto ritocco.
Per questo forse i cimiteri vittoriani sono più vivibili? L'assenza degli sguardi, la natura attorno (quella che si cerca per rilassare il corpo e la mente) li rendono più ospitali, più umani?
Chissà se questa contiguità meno drammatica con la morte si trasforma in un (inconscio) esercizio ad accettarla e in un invito ad arrendersi all'inevitabile?
Mi accorgo che entrando, mi porto dietro tutto il mio immaginario cimiteriale, quello di Veruno per esempio: la foto della signora che l'umidità aveva trasformato ai miei occhi in un ghepardo maculato, le facce dei trisavoli, arrugginite e nere, la cripta dei preti, un aviatore morto e la sua elica, il primo novembre e la visita dei parenti ("dovremmo vederci più spesso e non solo in queste occasioni") le preghiere, una certa ritualità confortevole, una bellezza anche.
Faccio fatica ad adattarmi a questa assenza di dramma, alla rimozione del dolore (magari solo mia,) alla possibile gioia del posto. Ma ci provo e i bambini ovviamente ci riescono.
Intanto a Londra arriva la torcia olimpica, donne giovani, braccia ardite, costumi greci, muscoli in tensione e retorica di costume.
Fiamma in su. Accesa.
Il fra